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Profilo
Non un coach che ha scoperto l’AI, né un tecnologo che si improvvisa coach: il punto in cui le due cose si tengono.
Ho passato la vita a costruire cose con la tecnologia. Ho imparato tardi, e bene, che a decidere non è mai la tecnologia.
Ho iniziato con le reti neurali nel 1994, quando erano una curiosità accademica e non una parola da conferenza. Da allora ho fondato e guidato imprese tra Europa e Asia, ho vissuto l’innovazione dal lato di chi la fa e non solo di chi la racconta, e ho insegnato Innovation Management per dieci anni.
A un certo punto ho capito che il problema più difficile non era mai tecnico. Era umano: come si guida, come si decide, come si dà un senso condiviso a un’organizzazione mentre tutto intorno accelera. Così sono diventato executive coach — con metodo, non per vocazione tardiva.
Oggi lavoro nel punto che l’industria del coaching non ha ancora colmato: lo sviluppo della leadership nell’era dell’intelligenza artificiale. Più le macchine diventano capaci, più diventano decisive le capacità che restano soltanto umane: giudizio, scopo, relazione.
Formazione e credenziali
Un percorso di coaching parte sempre da una conversazione. La prima è con me, ed è senza impegno.